L'uomo che dovette diventare un robot
Ermanno Libenzi
1971
Guglielmo, non appena la sirena della fabbrica cominciò a suonare, accelerò il passo.
Di lì a pochi minuti sarebbe iniziato il suo orario di lavoro, e guai a lui se non fosse passato in perfetto orario davanti alle cellule fotoelettriche del Capo Guardiano.
La fabbrica era molto grande, eppure i compagni di lavoro che ogni giorno entravano e uscivano insieme con lui erano pochissimi: quindici in tutto.
Guglielmo e gli altri operai varcarono le porte dell'oscuro edificio, sfilarono a uno a uno davanti al Capo Guardiano, che li fotografò e registrò il loro orario d'entrata, poi andarono negli spogliatoi, dove indossarono le tute da lavoro.
Infine, presero le scope e si avviarono ai loro reparti.
Quando li videro entrare, i duemila Robot, come sempre, si voltarono tutti insieme e li fissarono.
Non dissero niente, naturalmente, perché i Robot-operai, per evitare perdite di tempo, erano stati costruiti senza la facoltà di parlare; tuttavia, dal modo in cui i loro oscillografi si muovevano e dall'insistenza con cui i loro obiettivi squadravano gli operai in carne ed ossa, si capiva che dentro di loro li disapprovavano con tutta la forza dei loro cilindri magnetici.
"Ecco, guardateli, i fannulloni!" sembravano voler dire con le luci intermittenti, "E' da sedici ore che sono via, mentre noi abbiamo solo mezz'ora di riposo per andare alla Mensa Elettronica a ricaricare le nostre batterie! Ma cosa diavolo fanno, in quelle sedici ore? E poi, come se non bastasse, guardate con che aria da funerale si ripresentano! Ah, che gente..."
Guglielmo e i suoi compagni avevano il compito di tener puliti i pavimenti della fabbrica, scopando senza interruzione i piccoli trucioli di plastica che le macchine lasciavano cadere.
Il lavoro era duro, particolarmente nelle prime ore del mattino, quando gli uomini dovevano rimuovere i mucchi di trucioli che si erano accumulati durante la loro assenza.
Verso mezzogiorno andavano nella sala-mensa a far colazione, e ne ritornavano dopo un'ora: l'interruzione era breve, però bastava alle macchine per rovesciare sui pavimenti un'altra buona quantità di rifiuti. Gli uomini, così, avevano nuovamente di che lavorare fino al termine dell'orario.
Gli operai scopa-trucioli, naturalmente, non erano contenti del loro lavoro. I Robot li disprezzavano, era chiaro, e pur di far loro dispetto erano capaci di aumentare la produzione, aumentando così anche i trucioli da scopare. La paga, poi, era troppo bassa, il lavoro era duro e umiliante.
Una volta, gli uomini decisero di scioperare, sperando in quel modo di mettere in difficoltà, se non di arrestare, la produzione. La Direzione si sarebbe convinta che gli operai scopa-trucioli costituivano una rotella piccola, ma indispensabile, dell'ingranaggio, e avrebbe loro concesso i miglioramenti richiesti: 1) Sostituzione delle vecchie scope con scope elettroniche. 2) Divieto ai Robot di fissare gli uomini con lampeggi di disprezzo. 3) Aumento della paga.
Tornati al lavoro dopo quattro giorni di astensione, gli uomini si accorsero subito che il loro sciopero si era risolto in un grosso buco nell'acqua. I trucioli, infatti, si erano accumulati fino a raggiungere il soffitto, ma la produzione continuava come se niente fosse.
I Robot, infaticabili e indistruttibili, avevano seguitato a lavorare, sia pure sommersi da quella valanga di trucioli.
Il risultato fu che le richieste furono respinte dalla Direzione, che i Robot lampeggiarono più di prima e che gli uomini dovettero sgobbare per due mesi prima di riuscire a ripulire i vastissimi saloni.
Un giorno, approfittando del fatto che l'ufficio del Direttore era aperto, Guglielmo prese il coraggio a due mani e vi entrò.
Dietro la scrivania, posato su un carrello mobile, stava un grosso congegno dalla forma cubica, luccicante di cristalli e di acciai cromati. Il suo aspetto era piuttosto semplice: qualche sottile feritoia, uno schermo televisivo, due obiettivi mobili, un microfono e un altoparlante.
Era un cervello elettronico e si chiamava CE Beta 261.
Guglielmo si tolse il berretto, si avvicinò all'apparecchio e disse:
"Buongiorno, signor Direttore."
"Che c'è, giovanotto," disse CE Beta 261, muovendo impercettibilmente gli obiettivi.
"Beh, vede... io..."
"Vorresti una paga più alta."
"Ecco, sì," rispose Guglielmo.
"Pensi di meritartela?"
"Sì."
"E invece non te la meriti affatto," ribattè CE Beta 261, alzando un poco il volume della voce. "Negli ultimi quattro mesi hai scopato 127.853.929 trucioli, mentre l'anno scorso, nello stesso periodo, ne hai scopati 3.639.758 di più."
"Può darsi che la produzione sia diminuita," azzardò Guglielmo, "e che dunque anche i trucioli..."
La produzione è aumentata del 3,5497%, e così anche i trucioli!" abbaiò il Direttore. "Inoltre, il 6 agosto scorso sei entrato in fabbrica con due minuti e ventitrè secondi di ritardo, il 24 giugno con un ritardo di quattro minuti e diciotto secondi, il 7 aprile..."
"Va bene, ho capito," disse Guglielmo. "Mi vuole diminuire la paga."
"Voglio dimostrarti che non è vero che noi Cervelli Elettronici siamo senza cuore, come dite voi uomini. Per questa volta non ti diminuisco la paga, ma bada che tu, in cambio, devi dimostrare maggior attaccamento al lavoro!"
"Farò il possibile, signor CE Beta 261."
"Se vuoi guadagnare di più, devi lavorare di più," continuò il Direttore. "Perché non aumenti un po' il tuo orario di lavoro?"
"Mi sembra che otto ore di trucioli siano abbastanza..." disse Guglielmo, guardando timidamente il superiore negli obiettivi.
"E i tuoi colleghi Robot, allora? Ma lo sai che lavorano ventitré ore e mezza su ventiquattro? Lo sai che non vogliono paghe, che non scioperano, che non si ammalano e non fanno mai sbagli?"
Ecco, il Direttore aveva sfoderato la sua arma preferita: purtroppo era un ragionamento che non faceva una grinza, e Guglielmo, come sempre, dovette tacere.
"Ma non sentite il desiderio di emularli?" domandò il Cervello Elettronico. "Non vi viene la voglia di lavorare almeno dieci o dodici ore, per poter avere la soddisfazione di dire: 'Ho lavorato la metà di un Robot'?"
"No," fu la risposta di Guglielmo.
"Ah, benedetti uomini, siete proprio degli scansafatiche! Se solamente ne valesse la pena, vi sostituiremmo anche nella scopatura dei trucioli!"
Il Direttore tacque un istante, poi esclamò:
"Perdinci, la nostra conversazione è durata anche troppo: un minuto e cinquantaquattro secondi! Via, torna subito al lavoro!"
L'uomo si rimise il berretto, riprese la scopa che aveva appoggiato al muro e uscì dall'ufficio, più avvilito che mai.
Per lui, il futuro non era altro che una grande montagna di trucioli.
Le difficoltà di Guglielmo, purtroppo, non finivano nel momento in cui, terminato l'orario di lavoro, poteva abbandonare la scopa.
Il pover'uomo, infatti, saltato su un aerobus e tornato a casa, si trovava a tu per tu con le lamentele della moglie e dei suoi due figli.
"Viviamo in una casa antidiluviana!" gli faceva notare la consorte. "Non abbiamo neanche un Robot-cameriere che ci faccia le pulizie, né un Robot-cuoco, né il telefono televisivo! Guarda ce cosa dobbiamo adoperare, per cuocere gli alimenti: una superatissima cucina a raggi infrarossi! Voglio anch'io la cucina a raggi gamma!"
"E io voglio il Cervellino Elettronico che mi aiuti a fare i compiti!" protestava suo figlio. "Tutti i miei compagni di scuola ce l'hanno!"
"Voglio la bambola elettronica che sa andare in bicicletta, fare i ricami e risolvere le parole incrociate!" strillava sua figlia.
Guglielmo alzava gli occhi al cielo, sospirava e attendeva tempi migliori.
La sua vita continuò immutata ancora per parecchi mesi, finché un giorno, non si sa come né perché, avvenne un fatto straordinario: "il Fatto", come lo chiamò, con efficace semplicità, il nostro Guglielmo.
Era l'ultimo giorno di aprile, e Guglielmo, come accadeva alla fine di ogni mese, andò nell'Ufficio Paghe a prelevare il modesto frutto del suo lavoro.
Si avvicinò al Capo-ufficio, che era naturalmente un Cervello Elettronico, gli si mise davanti per farsi riconoscere e attese che lasciasse cadere, in un apposito cestello metallico, la sua busta.
Si udì il solito ronzio provocato da minuscoli congegni in movimento, lo sprtellino si parì con un secco "CLAC!" e l'operaio, come sempre, introdusse la mano nel cestello.
Ne toccò il contenuto, lo toccò una seconda volta, poi, come se avesse preso la scossa, tirò fuori la mano.
Nel cestello non c'era la solita busta, ma un grosso pacco! Si chinò in avanti, osservò il plico ed ebbe la conferma di ciò che aveva sospettato: erano biglietti di banca, uniti strettamente da una fascetta di plastica.
"Il Cervello deve essersi sbagliato..." disse fra sé Guglielmo, tenendo la mano sospesa a mezz'aria. "Forse gli è entrato un granello di polvere fra i meccanismi, o forse gli si è inumidita una termocoppia..."
"Su, giovanotto, prendi la tua paga," ordinò con voce grave il Capo-ufficio.
Guglielmo allungò la mano, ma all'ultimo momento si trattenne di nuovo.
"Signor CE Alfa 395, ci deve essere uno sbaglio," si decise a dire.
"Nessuno sbaglio. Prendi la tua paga e vai."
"Ma..."
"Fai come ti ho detto, non ho tempo da perdere."
"Oh, beh... se è così..." disse Guglielmo, e afferrò con mani leggermente tremanti il pacco di banconote.
Uscì dall'ufficio, fece qualche passo, poi si fermò, corrugando la fronte.
"E se lo sbaglio viene a conoscenza della Direzione?" sussurrò pensosamente l'uomo. "Crederanno che abbia voluto approfittare di un guasto, e mi licenzieranno, anzi, mi denunceranno per truffa..."
Riprese a camminare, ma non più verso l'uscita. Raggiunse l'ufficio del Vice-Direttore, bussò ed entrò, posando sulla scrivania, come se volesse liberarsi di un peso insopportabile, il grosso pacco.
"Guglielmo!" esclamò il Vice-Direttore, sgranando gli occhi. Il Vice-Direttore, se si escludono gli operai scopa-trucioli, era l'unico uomo che vi fosse in quella fabbrica. "Dove hai preso tutti quei soldi?"
"Me li ha dati il Capo-ufficio paghe. Evidentemente si è guastato."
"Uhm... non credo," disse il Vice-Direttore, toccando le banconote con la punta delle dita. Si guardò in giro, si protese verso Guglielmo e bisbigliò: "Quelle dannate macchine, purtroppo, non sbagliano mai..." Poi, alzando nuovamente la voce: "Se CE Alfa 395 ti ha dato tutti questi soldi," disse, "avrà avuto senz'altro delle buone ragioni per farlo."
Guglielmo, per togliersi ogni scrupolo, andò anche dal Direttore, ma questi lo accolse con un tonante: "Vuoi forse mettere in dubbio l'intelligenza del Capo-ufficio paghe?"
L'uomo uscì a precipizio, disse "Al diavolo!" e volò felice verso casa.
Per prima cosa, lui, la moglie e i figli contarono tutto quel danaro: erano duecento milioni.
Terminata l'operazione, Guglielmo annunciò che si sarebbe subito licenziato dalla fabbrica.
La moglie smise di sorridere e lo guardò severamente.
"Dopo che ti hanno fatto un simile regalo, li pianti in asso e te ne vai?" gli domandò. "Bella riconoscenza! E se, in seguito, volessero darti altri milioni? Che ne sappiamo, noi, delle loro intenzioni?"
"Non credo che il Fatto si ripeterà," disse Guglielmo. "Comunque, sia... D'accordo, continuerò a scopare trucioli."
Quel giorno stesso, nonostante le deboli proteste di Guglielmo, sua moglie si riempì la borsa di banconote e si tuffò nel grande emporio chiamato "Il Paradiso della Massaia".
Il frutto delle cinque, intensissime ore che ella vi trascorse, Guglielmo lo poté vedere il giorno dopo, quando un camion dell'emporio scaricò a casa sua un'incredibile quantità di macchine automatiche.
C'era un grande contenitore chiamato "Radiorifero" che aveva la capacità di conservare indefinitamente i cibi mediante radiazioni atomiche: esso sostituiva il preistorico, poco efficiente frigorifero.
C'era poi la cucina a raggi gamma, c'era la lavatrice a bombardamento di elettroni, il televisore gigante a tre dimensioni e a novanta pollici, il frullatore a disintegrazione molecolare, la grattugia a raggi ultravioletti, lo scaldabagno magnetico, il tostapane a fissione nucleare, l'aspirapolvere a reazione, l'asciugacapelli a neutroni frenati, il lavastoviglie a vapori di idrogeno, la lucidatrice a spazzole supersoniche, l'affettatrice a raggi laser.
Uno degli apparecchi più ingegnosi e sorprendenti era la macchina per la produzione casalinga della carne artificiale: da una parte si introducevano due etti di carbone e un litro di petrolio grezzo, dall'altra, dopo un minuto, saltava fuori un grosso bisteccone grigio. Con un modesto supplemento di prezzo si poteva avere la macchina bisteccatrice nella versione "Super", in grado di sfornare bistecche già cotte; un'ulteriore piccola spesa permetteva di comprare la versione "DeLuxe" della stessa macchina: se ne ottenevano bistecche già cotte e con artistico contorno.
Ma gli acquisti della moglie di Guglielmo non finivano qui.
C'era una gran quantità di altri aggeggi automatici, in grado di compiere qualsiasi lavoro in cucina: dalla sbucciatura delle uova sode all'asciugatura dei piatti, dall'estrazione dei tappi mediante aria compressa alla lucidatura dell'argenteria.
Guglielmo, dopo aver osservato con malcelata preoccupazione tutti quegli arnesi, fece notare alla moglie che i milioni erano diminuiti in misura notevole, e che ormai, in quella casa, non c'era più nemmeno lo spazio per muoversi.
Non l'avesse mai detto!
La donna, raggiante, gli mostrò il contratto d'acquisto di una nuova casa.
"Domani ce la consegnano!" annunciò, mentre Guglielmo diventava ancor più pallido. "E' una villa meravigliosa: pensa che l'ho pagata soltanto ottanta milioni. Potevo trovare un affare migliore?"
La villa, in cui si trasferirono alcuni giorni dopo, era fin troppo grande. Delle venti stanze a disposizione ne occuparono soltanto sei, e le altre rimasero inspiegabilmente vuote. Guglielmo volle saperne il motivo, ma la moglie fu piuttosto evasiva e in conclusione il mistero rimase.
Il mattino dopo, tutto si chiarì.
Alle sette, invece della solita sveglia, Guglielmo udì bussare discretamente alla porta della camera da letto. La porta si aprì e apparve un corpo metallico con due cellule fotoelettriche luminose e tre gambe munite di rotelle. Scivolò silenziosamente nella camera, scostò le tende e solo allora, nella luce improvvisa, Guglielmo vide che l'intruso, col piccolo ma robusto braccio d'acciaio, reggeva un vassoio sul quale c'era la prima colazione.
"Aiuto, un Robot!" gridò Guglielmo, balzando dal letto.
"Buongiorno signore," disse il Robot senza scomporsi. "Bella giornata, vero?"
"Bella giornata un corno! Che cosa fai, tu, qui?"
"Sono stato comprato da sua moglie. Sono un Robot-cameriere e mi chiamo Multivac."
"Quello che dice è vero," intervenne la moglie di Guglielmo, "Non sei contento?"
"Non voglio robot in casa mia! Ne ho già abbastanza di quelli che vedo tutti i giorni in fabbrica!" protestò l'uomo.
"Non vorrai paragonare i Robot-operai con quelli casalinghi!" lo rimproverò la moglie. "Multivac è stato costruito con quattro valvole in più: la valvola della cortesia, quella della pazienza, quella dell'ubbidienza e quella dell'umiltà."
Guglielmo guardò il piccolo Robot che stava davanti a lui cl vassoio alzato e fece un sorrisetto maligno.
"Vuoi dire che Multivac farà tutto quello che gli ordinerò?"
"Sicuro," rispose la moglie.
"E potrò anche guardarlo dall'alto in basso, e ogni tanto dargli una strapazzata?" continuò Guglielmo, che cominciava già a sentirsi in bocca l'aspro sapore della vendetta.
"Sì. Basta naturalmente non esagerare, altrimenti gli salta la valvola della pazienza."
Guglielmo prese il vassoio della colazione, si sedette sul letto e con un gesto altezzoso allontanò Multvac.
"È stata una buona idea, questa del Robot-cameriere," disse, addentando con gioia una fetta di pane tostato.
Terminò la colazione, si alzò e fece per prendere gli abiti quando sentì risuonargli una voce alle spalle.
"Prego, signore, ci penso io."
Si voltò, e vide un Robot piuttosto alto, con lunghe braccia snodate in più punti.
"Questo è Vestiac," annunciò la moglie. "È addetto alla scelta dei tuoi abiti. Ha un gusto infallibile, e sa combinare insieme, nel miglior modo possibile, cravatte, camicie, scarpe, calzini, giacche e gemelli da polso."
Le sorprese, per Guglielmo, non erano ancora finite.
In bagno trovò Toilac, il Robot-barbiere, massaggiatore e pettinatore, in corridoio trovò il piccolissimo Minivac, che era il Robot-lustrascarpe. In sala da pranzo vide già al lavoro Splendiac, il Robot-lavavetri, e Pulviac, il Robot addetto alla pulizia dei tappeti e dei pavimenti. I due Robot-governanti, Elettrac e Gubernac, stavano vestendo e pettinando i bambini.
"Ora capisco a cosa servivano le altre quattordici stanze..." disse fra sé Guglielmo. Lasciò che Minivac gli lucidasse perfettamente le scarpe, gli gettò un'occhiata sprezzante e se ne andò a lavorare.
I primi giorni andò tutto molto bene. Guglielmo, dopo anni e anni di umiliazioni subite in fabbrica, provava un vivo piacere nel vedersi servito e ossequiato dai suoi fedeli Robot casalinghi.
Inoltre, a parte quella sua maligna soddisfazione, era indubbiamente comodo avere in casa servitori così abili e scrupolosi.
Lavoravano tutto il giorno senza soste, e la sera, dopo che i padroni si erano coricati, passavano a rincalzare loro le coperte, spegnevano le luci e si ritiravano nelle proprie stanze. Lì, ognuno di essi inseriva la spina nella presa di corrente e, per tutta la notte, ricaricava le batterie. Non dormivano, naturalmente, e per ingannare l'attesa leggevano strani libri zeppi di numeri, dai titoli sibillini: "8573984", "4.27852%", "3332121".
La situazione incominciò a cambiare il giorno in cui arrivò da pagare la fattura della Società Elettrica: era un conto quasi uguale alla paga mensile di Guglielmo. I Robot e tutti gli altri apparecchi, evidentemente, consumavano enormi quantità di energia elettrica.
Le cose peggiorarono sensibilmente nei giorni successivi, quando Guglielmo cominciò ad accorgersi che i Robot erano comodi, sì, ma troppo servizievoli, troppo invadenti.
Se, per esempio, gli veniva il ghiribizzo di indossare una cravatta un po' strana, Vestiac gliela toglieva di mano, dolcemente ma fermamente, e gli porgeva in cambio la cravatta "giusta".
Non c'era volta che potesse entrare o uscire di casa senza che Minivac, in perenne agguato nel corridoio, gli si attaccasse ai piedi e gli lustrasse le scarpe; anzi, doveva stare attento a non farsi più sorprendere a piedi nudi, se non voleva di nuovo ritrovarsi, come già gli era accaduto, con le estremità nere e lucenti.
I bambini, viziati dalle eccessive premure dei Robot-governanti, erano diventati pigri come piccoli sultani: lasciavano che i Robot li lavassero, li vestissero, li pettinassero, li imboccassero e perfino che facessero loro i compiti.
E poi, la pulizia: era diventata una vera ossessione. Bastava camminare sul tappeto e subito ci si trovava Pulviac alle calcagna, con tutto il suo armamentario in azione; non parliamo, poi, di quello che succedeva se per disgrazia il povero Guglielmo lasciava cadere la cenere della sigaretta! Pulviac vi si gettava sopra con la frenesia di un assetato che ha trovato finalmente l'acqua, e non si staccava se non dopo lunghe, estenuanti manovre aspiratorie.
Guglielmo, che trattava i suoi Robot con una certa compiaciuta arroganza, cominciò a rimproverarli, a dar loro spintoni sempre più energici, a chiuderli ogni tanto, per dispetto, nel guardaroba o nel ripostiglio.
Un paio di volte perse le staffe, e arrivò addirittura ad affibbiare un calcio a Minivac e a scaraventare il secchio dei rifiuti addosso a Pulviac. Ai due Robot, naturalmente, saltarono tre o quattro valvole, e per ripararli fu necessaria una grossa spesa.
La riparazione di Minivac, evidentemente, fu eseguita in modo imperfetto, perché il piccolo Robot, subito dopo, si arrampicò sulle finestre e tinse di nero tutti i vetri, e analogo trattamento riservò ai tappeti. Splendiac, il suo collega lavavetri, e Pulviac lavorarono così tanto, per ripulirli, che entrambi scaricarono le batterie ed ebbero fusi parecchi circuiti e regolatori termostatici.
"Una cosa simile non sarebbe avvenuta se lei avesse in casa un Cervello Elettronico," disse l'ingegnere accorso per le nuove riparazioni.
"Ah, ci mancherebbe!" esclamò Guglielmo. "Ne ho già abbastanza di queste sanguisughe!"
"Ma un Cervello Elettronico guiderebbe i Robot e impedirebbe loro di commettere errori," spiegò l'ingegnere. "Inoltre vi servirebbe personalmente come Oracolo Privato."
"Oracolo Privato?" domandò stupito Guglielmo.
"Certo. I Cervelli Elettronici sono in grado di dirigere tutto, governi, macchine, fabbriche. Pensa che uno di essi non potrebbe dirigere una piccola, semplice casa? Pensa che non potrebbe dare infallibili cosigli?"
"Beh... penso di sì," disse esitante Guglielmo.
"Sarebbe molto utile anche a me," intervenne la moglie. " Mi potrebbe istruire nell'uso degli elettrodomestici che abbiamo comperato: finora sono riuscita a farne funzionare solo uno..."
Due giorni dopo, quasi tutti i milioni rimasti furono spesi per acquistare il Cervello Elettronico Casalingo.
Il primo consiglio che l'Oracolo diede alla moglie di Guglielmo fu di comprare un Robot chiamato Plurivac, in grado di far funzionare qualsiasi elettrodomestico: e con ciò gli ultimi quattrini se ne andarono. Il secondo consiglio lo diede a Guglielmo, quando questi, disperato, gli chiese cosa dovesse fare per mantenere, con la sua mediocre paga, tutto quell'esercito di macchine.
"Non puoi venderle perché nessuno te le comprerebbe: la roba usata, ormai da molto tempo, non è più richiesta," sentenziò il Cervello Elettronico. "E non pensare nemmeno di distruggerle, se non vuoi che la Società Protettrice dei Robot ti faccia finire in galera. Te li devi tenere, e per tenerli devi guadagnare di più."
"Ma... la paga non me l'aumentano!" ribattè Guglielmo.
"E tu lavora di più."
Guglielmo fu costretto ad ascoltare il consiglio dell'Oracolo: era l'unica soluzione che gli restava.
Cominciò a lavorare dieci ore al giorno, ma si accorse che non bastavano; lavorò per dodici ore, poi aumentò l'orario a quattordici: ecco, così andava già meglio, riusciva a pagare quasi tutte le spese di casa.
Il radiorifero e il televisore gigante passarono di moda, e Guglielmo, martellato giorno e notte dalla pubblicità, si convinse che era giunta l'ora di cambiarli.
Per poter affrontare la spesa dovette aumentare nuovamente l'orario giornaliero di lavoro, e arrivò così a quota sedici.
"Bravo, Guglielmo, siamo contenti di te!" gli disse il Direttore della fabbrica, con gli obiettivi che gli brillavano di gioia. "Ancora sette ore e mezzo e avrai raggiunto i tuoi colleghi Robot. Bravo, continua così!"
Fu proprio in quel momento che Guglielmo, all'improvviso, vide con chiarezza ciò che gli era successo: aveva speso tutti i soldi ricevuti in regalo per diventare schiavo di macchine automatiche e di Robot, e forse stava per diventare lui stesso un Robot.
I Cervelli Elettronici gli avevano teso una trappola: erano riusciti a prendere lui e a riprendere il loro denaro.
Ora lo aveva capito.
Il Capo dell'Ufficio-Paghe, dandogli quel grosso pacco di banconote, non aveva commesso un errore.
Lo aveva fatto apposta.
Questo racconto è tratto dal libro di fantascienza per ragazzi "Il pianeta dei matti", di Ermanno Libenzi, Garzanti Editore (1971). |